Ulisse

«Una vallata profonda sembra separare questa contrada dal resto della penisola e farne un paese indistinto. D’un tratto le montagne si abbassano, l’Appennino si interrompe, i due mari si avvicinano, e un istmo basso e stretto apre una regione nuova». Questo scriveva, nel 1867, Léon Palustre de Montifaut, storico dell’arte ed archeologo francese. Grazie a questa sua caratteristica posizione,a mò di nido d’aquila, da cui è possibile spaziare con lo sguardo fino a formare un’immagine univoca comprendente il mare Jonio ed il Tirreno, la Sila e le Serre, le isole Eolie, lo Stromboli fumante e la cima innevata dell’Etna, il territorio di Tiriolo conobbe sin dall’età preistorica la frequentazione dell’uomo.
Le prime tracce d’insediamenti abitativi risalgono al Neolitico (VII-VI millennio a.C.) con rinvenimento d’armi di bronzo, raschiatoi in selce e ossidiana, materiali litici, ecc. In età protostorica (età del Ferro, IX secolo a.C.) si assiste allo sviluppo di un pagus (villaggio) dominato da un’aristocrazia consolidatasi grazie agli intensi traffici commerciali. La successiva fondazione di colonie greche lungo le coste soffocherà, con la propria organizzazione culturale, politica ed economica, i centri indigeni dell’interno che, progressivamente, perderanno la loro influenza. Tra il 356 ed il 346 a.C. nei luoghi dell’antico centro protostorico si impiantò un nucleo osco-brettio, che raggiunse un livello elevato, come attestano i reperti archeologici rinvenuti. L’esaurimento di questo centro è legato, probabilmente, all’emanazione del Senatusconsultum de Bacchanalibus del 186 a.C., che vietava in “Agro Teurano“ i culti orgistico religiosi in onore di Bacco (o Dioniso), ed al successivo intervento delle truppe romane guidate dal console Lucio Postumio, che, nel 183 a.C., riportarono l’ordine tra i Brettioi riottosi a subire il potere di Roma.

Sono state proprio queste peculiarità, la posizione strategica e le consistenti testimonianze archeologiche, che hanno spinto lo studioso tedesco Armin Wolf, docente dell’Università di Heidelberg e collaboratore del Max-Planck Institute di Francoforte, ad ipotizzare che il breve istmo catanzarese sia da identificare con l’omerica Scheria, cioè la «Terra dei Feaci», ultima tappa delle peregrinazioni di Odisseo (o Ulisse) reduce dalla vittoriosa guerra di Troia.
Secondo tale ipotesi – che, come correttamente ricorda l’autore, è una delle settanta o ottanta teorie avanzate sul viaggio dell’eroe omerico in venticinque secoli – il percorso seguito da Ulisse e dai suoi compagni nel corso di otto anni, viene ricostruito utilizzando i dati nautici e geografici forniti da Omero, che ben si conciliano con la natura del Mediterraneo, perciò «questo porta alla conclusione che alla base dell’Odissea di Omero stanno effettivamente conoscenze della geografia reale, che possono farsi risalire ad esperienze dirette, o indirette, di viaggio». Lo storico e geografo antico Strabone, nella sua Geografia, affermava che l’Odissea non è un’opera di pura fantasia, ma racchiude un fondo di verità, al pari della leggenda degli Argonauti. Ulisse dopo aver lasciato Troia si appresta a raggiungere la sua Patria, ma doppiando il Capo Malea, cioè la punta meridionale della Grecia, «la corrente, le onde, e Borea mi deviarono, m’allontanarono oltre Citera», e dopo aver passato nove giorni sul mare «al decimo giorno arrivammo alla terra dei Mangiatori di Loto [Lotofagi], che mangiano cibi di fiori». Questa terra è stata identificata dal Wolf con la costa nord africana, nella piccola Sirte (Dscherba), l’unico luogo in cui un’oasi situata sul mare interrompe un lungo tratto di costa altrimenti deserta. Dopo aver consumato il pranzo, Ulisse ripartì per visitare un’isola piatta e selvosa (Kerkennah, in Tunisia) e da qui alla montagnosa terra dei Ciclopi, che Omero descrive come una società di pastori. Ancora ai giorni nostri l’economia della Tunisia meridionale si basa sull’allevamento. Inoltre i ciclopi erano trogloditi, ed ancora oggi i Berberi della regione di Matmatah abitano in dimore sotterranee. Ulisse ed i suoi compagni dopo aver accecato Polifemo e averlo raggirato con l’inganno giunsero all’isola d’Eolo, da cui con l’ausilio dei venti occidentali potevano raggiungere la Grecia. Secondo il Wolf, se esaminiamo una carta nautica «troviamo in Malta un’isola che corrisponde ai dati forniti da Omero»; infatti, le navi che giungono dalla piccola Sirte sono spinte dai venti sulla costa maltese. Lasciata l’isola d’Eolo, dopo una navigazione durata sei giorni e sei notti «toccammo l’altissima rocca di Lamo, Télepilo Lestrigònia», cioè la rocca d’Erice in Sicilia, frequentata sin dall’età preistorica. Da qui, seguendo un percorso Nord-Est si giunge all’isola d’Ustica a Nord di Palermo, dove il Wolf pone l’isola di Circe. Dopo un lungo soggiorno Ulisse colto dalla nostalgia pregò Circe di ricondurlo in Patria, e questa gli disse che doveva prima raggiungere la dimora del veggente Tiresia. Ritornato dal regno dell’Ade, Ulisse, fu prima messo in guardia da Circe dal pericolo rappresentato dalla voce delle Sirene, che poi gli indicò le due vie da seguire: «Di qua rupi altissime a picco: battendole immane strepita il flutto dell’azzurra Anfitrite: gli dèi beati le chiamano […]. Mai scampò nave d’uomini che qui capitasse, ma tutto insieme, carcasse di navi e corpi d’uomini l’onde del mare e la furia d’un fuoco mortale travolgono» (identificata con il vulcano Stromboli). «E poi due Scogli: uno l’ampio cielo raggiunge con la cima puntuta […]. A metà dello Scoglio c’è una buia spelonca […]. Là dentro Scilla vive […]. L’altro Scoglio, più basso tu lo vedrai, Odisseo, […]. Su questo c’è un fico grande, ricco di foglie: e sotto Cariddi gloriosa l’acqua livida assorbe». Cioè la costa calabrese e siciliana dello Stretto di Messina. Ulisse dopo aver raggiunto l’isola di Trinachia, ripassando la funesta Cariddi fu spinto da una tempesta all’isola d’Ogigia dove abita la dea Calipso, che il Wolf identifica con Panarea nel gruppo delle Lipari. Lasciata l’isola di Calipso, Ulisse a bordo di una zattera fu spinto dai venti raggiunse la «Terra dei Feaci», che finalmente lo condussero ad Itaca. L’ultima tappa delle peregrinazioni d’Ulisse ha dato luogo a numerose ipotesi circa la sua identificazione. Secondo Omero la «Terra dei Feaci», vista dalla Grecia, giace una volta davanti e una volta dietro Scilla e Cariddi. Questa contraddizione in termini sembrava di difficile soluzione, perchè si è sempre pensato che il mare che sospinse Ulisse alla «Terra dei Feaci» fosse lo stesso attraverso il quale egli ritornò in Patria. Secondo Armin Wolf, invece, la Calabria risponde pienamente a questa caratteristica giacché la sua costa occidentale giace sul Tirreno e l’orientale sullo Jonio. Il naufrago Ulisse fu dapprima gettato su una costa ripida di rocce e scogli, probabilmente la costa intorno a Capo Vaticano, volendoli evitare Ulisse cercò riparo sulle rive pianeggianti poste alla foce di un fiume sulla cui riva crescevano canneti, cioè la cosata di Sant’Eufemia e la foce del Fiume Amato. Per paura delle fiere, l’eroe si spinse verso l’interno alla ricerca di un riparo più tranquillo e vinto dalla spossatezza e colto dal sonno da cui è svegliato dalle grida di Nausicàa e delle sue ancelle. Secondo il Wolf se si risale l’Amato fino al pendio del monte “si arriva ai lavatoi tradizionali, nei pressi dell’attuale stazione di Marcellinara. Ulisse dopo essersi lavato dalla salsedine si fece dare delle vesti pulite da Nausicàa, quindi rifocillato e condotto alla capitale dei Feaci, dove giunsero poco dopo il tramonto, accolto amichevolmente da Arete e Alcinoo, re dei Feaci. «Ma come in vista della città arriveremo – un muro la cinge, alto, e da un lato e dall’altro sono due porti, ma stretta e l’entrata». Dalle parole di Nausicàa si presume, che il suo Paese sta tra due mari, la capitale dei Feaci deve trovarsi sullo spartiacque dell’istmo uno situato ad Est ed uno ad Ovest; l’accesso terrestre invece è difficile. La «Terra dei Feaci» si caratterizza come l’ultima propaggine del continente, ed infatti la Calabria è la punta della penisola italiana e fino ad un centinaio d’anni fa, prima della costruzione della via costiera, percorrerla era estremamente difficoltoso. Dopo un soggiorno felice presso i Feaci, Ulisse, attraverso un percorso via terra costeggiante il fiume Corace, è condotto al porto sullo Jonio nei pressi della posteriore colonia greca di Skylletion, e da qui su una veloce nave, finalmente, giungere ad Itaca. Sulla figura d’Ulisse, che si inserisce nel tema dei nostoi (il ritorno dell’eroe), e su Omero il poeta che la tradizione indica come l’autore dell’Odissea, anche se probabilmente non il solo, sono stati condotti pregevolissimi studi sia dal punto di vista letterario che da quello più propriamente storico, senza riuscire a raggiungere un punto di sintesi che riconduca ad una unitarietà, che forse è vano cercare in un poema epico in cui l’unitarietà, forse, è data dal personaggio che si trova al centro di continue avventure. Numerosi sono stati i tentativi di “ricostruzione” del percorso dell’eroe per riuscire a raggiungere la sua Patria, molti vi hanno visto trasfigurati i viaggi di navigatori greci prima della colonizzazione. L’affascinante ipotesi avanzata dal prof. Wolf, in un libro [Der Weg des Odysseus, 1968); Die Wirkliche Reise des Odysseus,1983], si inserisce a pieno titolo e con pari dignità in questo dibattito, ed il ruolo primario che assegna quindi alla Calabria nell’epos omerico, più precisamente alla sua fascia centromeridionale (Istmo di Catanzaro), e a Tiriolo (capitale dei Feaci), ubicata nel punto più stretto da dove è possibile vedere i due mari «ammirò i due porti e le navi», non può che risultare lusinghiero, visto che proprio qui, come scrisse verso la fine dell’VIII secolo a.C., Antioco di Siracusa: «L’intiera terra fra i due golfi il Nepetinico [S. Eufemia] e lo Scilletinico [Squillace], fu ridotta sotto il potere di un uomo buono e saggio, che convinse i vicini, gli uni con le parole, gli altri con la forza. Questo uomo si chiamò Italo che denominò per primo questa terra Italia». Ma come ha ribadito anche di recente lo stesso studioso, la sua ipotesi per risultare ancor più convincente necessita del supporto scientifico fornito dall’archeologia, perchè solo attraverso più puntuali e precise campagne di scavo condotte nell’area dell’istmo di Catanzaro è possibile ritrovare le tracce di una civiltà umana evoluta nel XII secolo a.C. e far sì che il personaggio epico di Ulisse, esca dal mito ed entri a pieno titolo nella storia della Calabria.

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